Category: Principio di emulazione

Diventiamo ciò che contempliamoQuante volte avete letto la frase per cui “si diventa ciò che si osserva”, o frasi equipollenti, in qualche libro o in qualche citazione su facebook?

Intanto una domanda: siete davvero convinti che sia così?
O ancora pensate che si diventi qualcosa a caso, senza relazione con quanto avviene dentro di noi a livello di pensieri ed emozioni, ma anche fuori di noi a livello di parole e azioni (“pensieri, parole, opere e omissioni”)?

Vale davvero la pena di porsi la domanda in questione, perché, se molti non se la pongono, così come non si pongono domande di nessun tipo (tanto la televisione dice loro tutto quello che occorre sapere), altri se la pongono ma non si rispondono con chiarezza.

Se però la domanda ve la siete posti, e avete ad essa dato risposta positiva con sincerità, voglio proporvi una pratica, anzi due pratiche.

La prima delle due è quella solita, che ho già proposto in libri e articoli: stare attenti a tutto quello che osserviamo-accogliamo in noi, sotto forma di film che guardiamo, libri che leggiamo, musica che ascoltiamo, persone che frequentiamo, ambienti in cui stiamo, etc.
Non è poco, lo so, e anzi è molto: quel molto che quasi nessuno ha il coraggio di affrontare di petto, demandandolo invece ai cambiamenti graduali della vita, che sono sì più moderati, ma anche più lunghi, e con la loro lunghezza prolungano il tempo dell’indugio nelle energie basse.

La seconda pratica è viceversa più facile, assai più facile, ma, curiosamente, è qualcosa che non fa nessuno, e che peraltro non mi pare di aver mai letto o sentito consigliare… se non forse nelle tradizioni religiose orientali (ma anche qualcosa di occidentale), che però sono assai distanti dall’uomo moderno e dalle sue abitudini.
Ecco l’idea: se diventiamo ciò che contempliamo, vi è mai venuta l’idea di contemplare l’immagine di un Buddha, di un Krishna, di un Gesù, di una Madonna con bambino? Nelle tradizioni yogiche indiane per esempio è sempre stato consigliato di meditare sull’immagine del proprio guru, o del guru del proprio guru, o della figura che ha iniziato una certa tradizione spirituale. A tal scopo sono usate, per esempio, immagini del mitico Babaji, ma anche dei più vicini Sri Yukteswar e Paramhansa Yogananda.

Io non ne faccio però una questione di “linea devozionale” ma, molto più praticamente, di ciò di cui si vuole infondere se stessi, ossia dell’energia che si vuole accogliere in sé. In tal senso, l’osservatore di turno potrà liberamente scegliere tra lo stato meditativo del Buddha, la forza solare di Gesù, la forza smuovente di Krishna, l’amore incondizionato della Madonna col bambino sul petto.
Personalmente, ad esempio, al momento ho in casa un Buddha, uno Shiva, quattro Madonne con bambino, una foto di Ananda Moyi Ma e una di Yogananda.

Inevitabilmente, se contempleremo a lungo quell’immagine, essa si trasferirà in noi, naturalmente nella misura in cui saremo in grado di accoglierla; sta sempre a noi, ovviamente.

Un appunto sulle immagini scelte: dire “Gesù” o “Buddha” è dire poco, nel senso che un’immagine o una scultura possono essere state realizzate con dietro un’energia elevata o meno, e ciò a seconda della vibrazione interiore dell’artista. Se in passato l’arte era il mezzo privilegiato per trasferire questo tipo di “informazioni”, un po’ come se si trattasse di libri, ma di libri vibranti, oggi non è più così, e l’arte è decaduta a elemento comunicativo emozionale o mentale, e in rari casi è ancora arte elevata, “arte sacra”.
Anche lo scegliere delle buone immagini su cui contemplare sta alla vostra saggezza; se siete in dubbio, optate per le figure classiche.
Buona contemplazione e buona infusione.

Fosco Del Nero
Agisco nell’ombra per servire la luce

 

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