Criteri con cui valutare il livello di risveglio/addormentamento

Criteri con cui valutare il livello di risveglio/addormentamentoMi è capitato diverse volte di imbattermi, su internet, in articoli a dir poco fantasiosi che elencavano alcuni “sintomi” del risveglio.
Se definirli fantasiosi è un complimento, giacché si trattava in realtà di vera e propria cecità, tuttavia il sostantivo “sintomi” veniva usato a proposito, giacché si andavano ad elencare malanni fisici e psicologici comuni, tanto che nel fantomatico gruppo dei “risvegliati” ci finiva di conseguenza la quasi totalità della popolazione… curiosamente, con l’eccezione proprio delle persone più sveglie prive dei suddetti disagi psicologici e fisici.

Lo so che in questi casi si tratta di concetti demagogici e che tante persone vogliono sentirsi dire certe cose per sentirsi rassicurate e per non dover affrontare un proprio problema, ma tali messaggi sono pericolosi nella misura in cui suggeriscono che gli squilibri fisici e psicologici, che poi riflettono squilibri energetici, dell’anima, non solo sono normali, ma sono addirittura un sintomo del risveglio… che bello!

In realtà è tutto il contrario, ma non voglio soffermarmi su questo punto, che già si autoesplica da solo per chi ha un minimo di occhi, quanto offrire a chi legge i criteri con cui valutare il livello di risveglio o addormentamento di una persona (ossia di se stessi; i percorsi altrui lasciateli agli altri a meno che non siate insegnanti/maestri).

Primo criterio: la bellezza.
Molto semplicemente, la quantità di bellezza che vedo nel mondo mi dà la misura di quanto sono avanti nel mio percorso evolutivo.
Più bellezza vedo, più sono avanti.
Più bruttezza vedo, più sono addormentato.

Secondo criterio: il giudizio.
È un parente stretto del primo criterio.
Più giudico il mondo, ossia più lo vedo come sbagliato, più sono addormentato e preda delle energie della personalità-mente, che vive nella dualità, vive di dualità, e in automatico, in base al suo desiderio di sopravvivenza e di piacere, giudica tutto come giusto o sbagliato.
In definitiva, più vedo ingiustizia ed errori nel mondo, più sono addormentato.

Terzo criterio: l’accettazione.
Terzo criterio, ma anch’esso parente dei precedenti, giacché in realtà si sta parlando di un’unica cosa, ma provando a inquadrarla da diverse prospettive in modo da essere il più possibile chiari e colpire quanti più sguardi possibile.
Più accetto quanto succede, più vivo nella resa, il famoso abbandono, più sono sveglio.
Al contrario, più lotto con la vita, più sbatto i piedi in terra come un bambino che non accetta qualcosa che è successo, perché voleva che succedesse qualcos’altro, più mi dimostro indietro nel mio percorso: un’anima bambina, per l’appunto.

Quarto criterio: la serenità.
Un altro parente, un’altra prospettiva: per quanto tempo riesco ad essere sereno? Mai? Per pochi momenti? In alcune parti del giorno? A periodi? Per la maggior parte del tempo? Sempre?
La serenità costante è un altro criterio evolutivo; dal lato opposto abbiamo l’inquietudine, nonché frequenti alti e bassi emotivi. Frequenti come numero e ampi nella forbice tra picchi e valli.
Anche tale forbice tra i momenti alti e bassi è un criterio in sé.

Quinto criterio: la volontà.
La volontà vera, e non la falsa libertà di chi vive nell’automatismo e nella debolezza, è una conquista, come ogni apprendimento interiore.
E la stessa volontà è una misura di quanto l’animo si è evoluto ed elevato. L’animo forte, quando decide di percorrere una via, la percorre interamente, e non si fa distrarre. Viceversa, chi manca di volontà vera, di volontà superiore, è soggetto alle distrazioni e alle debolezze del mondo terreno, e ne è come incatenato. Le cattive abitudini, dal fumo alla dipendenza da alcol o cibo di basso livello, come tante altre abitudini, come lo stesso attardarsi lungo il percorso evolutivo, si spiegano proprio con la carenza di volontà, che peraltro si acquista man mano che si procede.

Sesto criterio: l’amore.
Questo è facilissimo, e forse è il criterio più facile di tutti da applicare: da un lato c’è l’amore, per se stessi, per i nostri familiari, per le persone che conosciamo, per il nostro popolo, per tutto il genere umano, per il genere animale, per la natura nel complesso, per tutta l’esistenza (proprio secondo cerchi concentrici), e dall’altro lato c’è la paura.
Amore: anima.
Paura: personalità.
Valutare quanto spesso proviamo l’uno e l’altra è davvero semplice.

Settimo criterio: la fiducia nell’esistenza.
Li sto suddividendo per comodità concettuale, ma è in realtà amore e fiducia sono la stessa cosa, tanto che l’amore incondizionato va a coincidere con la fiducia assoluta nell’esistenza.
D’altronde, se dovessimo trovare un opposto alla fiducia, sarebbe nuovamente la paura, che è l’opposto anche dell’amore.
La fiducia nell’esistenza riguarda anche il senso di connessione con la vita e il creato, ciò che apre alla sapienza e alla saggezza. E infatti la fiducia nell’esistenza è strettamente connessa con la saggezza, che è la vera intelligenza.

Ottavo criterio: la centratura.
Un’altra variazione sul tema: la centratura, intesa come stabilità e fermezza, il famoso centro di gravità permanente.
Più la persona è avanti nel sentiero interiore, più ha acquisito una centratura stabile e inscuotibile, e questo qualunque cosa accada all’esterno.
Il suo opposto è essere una canna al vento, esposta alle correnti e alle intemperie della vita. Lo hanno definito molto chiaramente sia Gesù che Buddha.

Nono criterio: la presenza.
Un altro criterio importantissimo: per quanta parte del giorno sei presente, e per quanta parte invece sei assente?
Questo peraltro è sia un criterio sia una via evolutiva (come peraltro anche l’amore o la fiducia), dal momento che la presenza permette l’osservazione, la quale trasmuta ed eleva le energie interiori.
Anzi, quando la presenza è già forte, l’autosservazione parte in automatico, e quindi il lavoro su di sé procede più spedito.
Il contrario di presenza-veglia è, per l’appunto, addormentamento, ossia l’essere non svegli.

Decimo criterio: la solitudine.
Questo è un criterio molto difficile per tante persone, cionondimeno è veritiero, e difatti tanti maestri del passato ne hanno parlato, da Buddha a Yogananda, da Krishnamurti a Osho, da Sri Ramana Maharshi a Swami Muktananda, passando per Anthony De Mello, Daniel Givaudan, Dion Fortune, etc.
La necessità delle altre persone identifica la persona ancora poco evoluta; viceversa, la capacità di essere soli identifica la persona interiormente indipendente.
Solo chi è capace di essere da solo è capaci di amare e dare veramente, perché il suo dare e il suo amare non sarà inquinato dal bisogno dell’altro.
Come sempre, si parla di energie interiori; il fuori si potrà dispiegare in infiniti modi, solitari o meno che siano in senso materiale.

Undicesimo criterio: la semplicità.
Un criterio davvero facile da applicare. Più si è avanti nel cammino, più si vive in modo semplice e si è attratti dalla semplicità.
Anzi, la semplicità va a diventare sinonimo stesso di bellezza, e tale semplicità va ad applicarsi ad ogni ambito: dal cibo al contatto con la natura, dai film che si guardano alla propria abitazione, dal modo in cui ci si veste al modo con cui si muove il corpo. Quest’ultimo punto, in particolare, è grandemente rivelatore di quanto la persona è avanti nel percorso evolutivo, e dunque di quanto si sente già in contatto con l’Esistenza: più è forte tale contatto, più è alta la percezione del valore della Vita, di cui si fa parte, meno si sente il bisogno di ornarsi e abbellirsi, che sia con scarpe, vestiti o monili di qualsiasi tipo.
Semplicità, bellezza ed eleganza vanno ad essere così veri e propri sinonimi. Non a caso, in matematica un’equazione è considerata elegante quanto più è semplice nella sua formulazione, e non il contrario (come è ovvio che sia, peraltro).

Dodicesimo criterio: il corpo fisico.
Energie invisibili equilibrate portano a un corpo fisico equilibrato, tanto nell’aspetto quanto nei movimenti.
Salute e armonia sono qui le parole chiave, col corpo che si presenta come sano, in forma, controllato e, come dire, regale. Ciò sia nella struttura nel corpo, sia nei suoi movimenti e nella padronanza e precisione degli stessi.
Non è certo un caso il fatto che praticamente tutte le antiche tradizioni spiritual-esistenziali abbiano avuto un’importante componente fisica, dalle arti marziali allo yoga. Colui che ha già sviluppato un certo grado di maestria su di sé lo palesa anche nelle sue posture e nei suoi movimenti… e anche questo è piuttosto ovvio, se ci si dà pena di pensarci un attimo: la padronanza su di sé non può che iniziare dalla padronanza del corpo fisico.

Tredicesimo criterio: le emozioni che si provano.
Semplicissimo anche questo, e non è altro che un sottoprodotto della dualità tra amore e paura: quante emozioni basse si provano durante la giornata? Paura, rabbia, senso di inadeguatezza, senso di abbandono, giudizio, invidia, impotenza, etc.
Se le proviamo vuol dire che le abbiamo dentro, e più ne abbiamo più c’è da ripulire/elevare, e dunque più abbiamo cammino da percorrere. Questo è il secondo livello di padronanza da acquisire: quello sul corpo emotivo.

Quattordicesimo criterio: i pensieri.
Più si è invasi da pensieri e dialogo interno, o da immaginazione, meno la propria mente è controllata, e anzi aperta alle influenze esterne.
Anche questo ha a che fare con la presenza, come ovvio.
La mente risvegliata, invece, è pulita e libera, ed è sintomo di un terzo corpo, quello mentale, su cui ugualmente si è acquisita maestria.

Quindicesimo criterio: la necessità di essere intrattenuti.
Intrattenuti in senso letterale: parlare con qualcuno, vedere un film, vedere una partita di calcio, leggere un libro, fare qualcosa.
L’anima non ha bisogno di fare niente: è, e tanto basta.
È la personalità che ha bisogno di fare: quindi, più si sente la necessità di fare, agire, muoversi, distrarsi, più si è ancora invischiati nella personalità, e in proporzione lontani dall’anima.
L’anima in realtà è sempre lì, distante neanche un millimetro, ma ci siamo capiti.
È la personalità che si annoia e che quindi vuole distrarsi.
L’anima al contrario è sempre nella gioia… e non quella gioia di quando ci succede qualcosa che definiamo bello, che non è altro che il contraltare della tristezza e suo opposto dualistico, ma la gioia intesa come beatitudine, serenità profonda, l’“ananda” degli indù.

Sedicesimo criterio: il servizio.
Vi sono solo due vie in relazione a questo criterio: il servizio a sé e il servizio agli altri.
Dove pende la bilancia delle proprie azioni, verso scopi egoistici o verso scopi altruistici?
In un caso si sta servendo la personalità (Mammona, i desideri terreni), nell’altro caso si sta servendo l’esistenza (Dio, le aspirazioni animiche).

Diciasettesimo criterio: i tre sentieri del servizio al mondo.
Questo non è un vero e proprio criterio, ma uno spunto ulteriore.
Chi è arrivato a un certo livello di risveglio/luce, si dedica invariabilmente ad una o più di queste tre attività: l’insegnamento, l’arte, la guarigione.
Il che non vuol dire naturalmente che chiunque sia in un certo settore (arte, salute, insegnamento) sia più “elevato” di chi si dedica ad altro, ma vuol dire che un’energia interiore piuttosto forte, capace di dare, cercherà di uscire e raggiungere gli altri in qualche modo… e questi sono per l’appunto i modi più importanti. Che, peraltro, si possono praticare anche congiuntamente; non necessariamente si deve percorrere uno solo di questi sentieri.
A un certo livello, anzi, i tre sentieri vanno a coincidere, nel senso che un’energia sufficientemente elevata e luminosa fungerà al contempo da insegnamento, da visione di bellezza e da guarigione per chi vi si sottopone, e questo indipendentemente dal motivo originale dell’incontro (un libro, un seminario dal vivo, un medico che visita un paziente, un’opera artistica: un’energia forte trova comunque il modo di uscire fuori e irradiarsi nel mondo).

Diciottesimo criterio: la presa di responsabilità individuale.
Questo punto fa parte delle basi di un percorso veramente consapevole… o comunque identifica in che percentuale tale percorso è davvero consapevole.
Da un lato abbiamo colui che dà le colpe delle cose a genitori, partner, tempo, governo e alieni; dall’altro lato abbiamo colui che si dichiara responsabile di ogni singola cosa della sua esistenza… e non solo a parole, ma nei fatti, nelle energie interiori, in qualcosa che va dentro fino alle ossa.
Nel primo caso oltre alla responsabilità si perdono anche potere e sovranità interiore.
Nel secondo caso si è padroni del proprio destino (si fa per dire: paradossalmente, lo si diventa nella misura in cui lo si accoglie).

Diciannovesimo criterio: la conoscenza.
Il modo in cui si arriva a conoscere le cose è un indice piuttosto forte del livello in cui si situa la persona.
Ad un livello di base, che potremmo definire “infantile”, essa crede a ciò che le è stato detto: dallo stato, dalla religione, dai genitori, dagli insegnanti, etc. È il classico “ipse dixit” e coinvolge anime bambine e menti deboli.
Ad un livello ulteriore, che potremmo definire “adolescenziale”, la persona vuole prove sul piano razionale. Ossia ha bisogno di ragionamenti, e si situa quindi sul piano mentale. La maggioranza dell’umanità attualmente si divide tra i primi due livelli, e nel mondo occidentale questo secondo è imperante.
Il terzo livello, che potremmo definire “adulto”, è più elevato ed è di tipo intuitivo,. La persona arriva a intuire qualcosa non perché le è stato detto o perché lo ha studiato, ma in virtù di una connessione estemporanea con l’esistenza. Il suo canale di connessione con l’esistenza si sta dunque ampliando man mano e ogni tanto le arrivano dei messaggi-sensazioni-intuizioni.
Nel quarto e ultimo livello, che potremmo definire “sapienziale”, non c’è nemmeno più bisogno dell’intuizione: la persona, in virtù di un elevato grado di sviluppo interiore, sa come stanno le cose senza bisogno di sentire opinioni, di studiarle o persino di ricevere sensazioni-intuizioni: lo sa e basta, perché le cose le si disvelano da sole. Ma attenzione: questo è il livello dei saggi, e pochi lo hanno già guadagnato… nonostante nel mondo new age tante anime bambine si illudano di esservi già (e finiscano spesso per contraddire gli insegnamenti dei grandi maestri e delle grandi tradizioni spirituali, bontà loro).

Ventesimo criterio: il modo di concepire la divinità.
Questa è davvero semplice e facile: le anime bambine sono ancora legate a una figura di divinità antropomorfa (gli esseri umani semplici calcano tutto sulla misura di se stessi), che individuano quindi come un’entità a sé stante che sta in qualche luogo non meglio precisato.
Le anime più mature, invece, hanno compreso che l’essenza divina è onnipresente e sta dovunque, in qualunque livello dell’esistenza… proprio come peraltro ci è stato detto da ogni tradizione religiosa ed esoterica. La divinità ha smesso così di essere un’entità con propri voleri e obiettivi, e diviene l’intera creazione.
“Io sono il tutto. Spaccate del legno, io sono lì dentro. Alzate la pietra, e lì mi troverete”: dice Gesù nel Vangelo di Tommaso.
“Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”: dice nel Vangelo di Marco.

L’elenco è terminato: ho riportato venti criteri, ma va da sé che tale categorizzazione è soggettiva: avrebbe potuto essere più ristretta o più allargata. Così com’è, è sufficientemente ampia da costituire un manifesto con cui ciascuno può valutare se stesso, le direzioni in cui è già a buon punto e quelle in cui è invece carente.
L’articolo è venuto un po’ lungo, ma son sicuro che sarà utile a tanti.

Fosco Del Nero

 

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