Baustelle: quando la musica è crescita personale

Baustelle: quando la musica è crescita personale…L’articolo che vado a scrivere ora è uno di quelli cui tengo di più da quando ho iniziato a scrivere articoli di crescita personale… e ormai ne ho scritto parecchi.
Non l’ho ancora scritto, ma sono sicuro che sarà bellissimo e che piacerà a molti.

È peraltro un articolo particolare, non su un libro di spiritualità, non su un video di crescita personale, ma su un gruppo musicale.

Un gruppo musicale che ho conosciuto da poco e di cui mi sono già innamorato, un po’ per la bellezza delle sonorità, un po’ per la profondità dei testi, un po’ per quel senso di familiarità inspiegabile che a volte ti fa dire “sei a casa tua”.

Parlo dei Baustelle, gruppo che annovera già un certo numero di fan… ma che soprattutto annovera tante canzoni che sono dei veri e propri testi di crescita personale.
E, alcune, non esito a dire dei veri e propri gioielli di crescita personale.
Tanto che, a dirla tutta, ascoltandoli mi è venuta voglia di mettermi a scrivere canzoni pure io (che in effetti è l’unica cosa che mi manca, tra siti internet, pagine facebook, romanzi, testi di saggistica, audio, etc).

Vado ora a proporvi alcune delle loro canzoni, testi e musica, cosicché le possiate sentire qui e ora (cliccando sul tasto play dei vari riproduttori).
Il mio consiglio è di ascoltarle tutte, perché ognuna di esse è un capolavoro di bellezza e di insegnamenti.

Partiamo, come partono molti in ambito crescita personale (compresi molti autori noti a livello mondiale, che non hanno fatto mistero della loro “oscura notte dell’anima”) dalle difficoltà della vita, che spesso ci fanno chiedere “perché proprio a me?”, “deve per forza essere così?”, “non sarebbe meglio smettere di vivere?”.

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Andarsene così

Sarebbe splendido
amare veramente,
riuscire a farcela
e non pentirsi mai.
Non è impossibile
pensare un altro mondo,
durante notti di
paura e di dolore.
Assomigliare a
lucertole nel sole,
amare come Dio,
usarne le parole.
Sarebbe comodo
andarsene per sempre,
andarsene da qui,
andarsene così.

Andarsene così ci insegna che dobbiamo vivere la vita, per quanto difficile ci possa apparire in un certo momento. Non dobbiamo fuggire, ma anzi dobbiamo imparare a bearci del sole che ci viene offerto, e amare l’esistenza come la ama Dio, in modo incondizionato.
Amarla, dunque, e non svilirla come a volte siamo tentati di fare, magari per sentirci superiori rispetto a questo o a quello.
Amarla, e affrontarla senza paura.
Anche se a volte sembra difficile, “durante notti di paura e di dolore”, non è impossibile vivere in questo modo, “non è impossibile pensare un altro mondo”, ed è ciò che siamo chiamati a fare come anime qua su questa Terra: “amare come Dio”.

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Il sottoscritto

Di battaglie perse ben lontano dall’artiglieria,
di proiettili sparati al cielo,
di parole scritte ad un destinatario andato via,
prima di averle ricevute,
di avventati duelli
e di future città,
di ali di cera sciolte al sole,
di bugie per amore,
amori senza pietà
e di mulini a vento
può cantarti il sottoscritto,
vorrei darti tutto, amarti,
meglio poter vivere altre vite insieme a te,
potrai mai scusarmi?
Di rapine in banca che non hanno avuto luogo mai,
di quei non riusciti farla franca,
degli appuntamenti dati a tarda sera nei caffè,
quelli che hai lasciato abbandonati,
di perduti capelli
e di future realtà,
di bei ricordi andati a male,
di bugie per amore
e amori senza pietà,
e di occasioni al vento
può cantarti il sottoscritto,
vorrei darti tutto, amarti,
meglio poter vivere altre vite insieme a te,
potrai mai scusarmi?
Perchè io ti canto questo ed altro,
vorrei darti tutto, amarti,
meglio poter vivere altre vite insieme a te,
solo tu puoi perdonarmi.
Io ti canto questo ed altro…

Passiamo dall’oscura notte dell’anima di Andarsene così ai disagi quotidiani de Il sottoscritto, canzone che ci dice, in maniera velata, che i drammi della nostra vita non sono oggettivi, ma sono interni, creati da noi: sono le tante cose cui diamo attenzione pur non essendo poi così importanti.
Cose mai successe: “battaglie perse ben lontano dall’artiglieria”, “proiettili sparati al cielo”, “future città”, “rapine in banca che non hanno avuto luogo mai”, “future realtà”.
O cose successe distorte nelle noste emozioni interiori: “parole scritte ad un destinatario andato via”, “perduti capelli”, “ali di cera sciolte al sole”, “bei ricordi andati a male”.
La voce che parla, poi, chiede scusa per tutto questo, conscia del fatto di essere ancora legata a questi attaccamenti dell’ego e di non riuscire ad amare meglio, ossia in modo incondizionato e disinteressato.
Il messaggio è molto chiaro e diretto, benché espresso in modo dolce…

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I mistici dell’Occidente

Amore di povertà non conosce guerra,
né ladri, assassini e fulmini e siccità,
ed altri serpenti di questa terra
non li temerai.
Amore di povertà non conosce re.
Cos’altro ti può servire se vai nel bosco?
Cos’altro ti può aiutare laggiù in città?
Tuo padre consiglierà il coltello
contro tutti i guai.
Cos’altro se non il ferro ti salverà?
No, ci salveremo disprezzando la realtà,
e questo mucchio di coglioni sparirà,
e né denaro e né passione servirà,
gentili ascoltatori siamo nullità.
Equipaggi persi in alto mare,
forse il presidente non lo sa.
Che cosa ti porti dietro di questi tempi?
E per il viaggio Marta che indosserà?
Sua madre le comprerà il cappotto contro venti e neve
e quel cappellino della pubblicità.
No, ci salveremo disprezzando la realtà,
e questo branco di coglioni sparirà.
Sarà dolcissimo distruggerci vedrai,
e come i cieli amore nitido sarà.
Saremo santi disprezzando la realtà,
e questo mucchio di coglioni sparirà.
E né bellezza o copertina servirà,
che siamo niente siamo solo cecità.
Pesci avvelenati in mezzo al mare,
questo il presidente non lo sa.

I mistici dell’Occidente ci dice che l’illuminazione non si raggiunge seguendo la società, i suoi obiettivi e i suoi sistemi, usando il coltello e il ferro, ma accedendo a quell’amore e a quella fiducia nell’esistenza che eliminerà in noi la paura di tutti i “serpenti di questa terra”.
Il vero amore, quello semplice di cuore, non conosce guerra o povertà, non conosce paura, non ha bisogno di portarsi il coltello nel bosco, nonostante la società lo consigli.
L’amore sarà nitido come il cielo sereno quando distruggeremo il nostro io egoico, la personalità terrena, per far spazio all’amore-essenza divina.
Per ora siamo “pesci avvelenati in mezzo al mare”, “equipaggi persi in alto mare”, anche se “il presidente non lo sa”, laddove il presidente sarebbe il nostro ego, colui che pensa di sapere tutto e di avere il controllo, quando invece è solo “cecità”.
Tuttavia, possiamo trasmutare noi stessi e incarnare in noi l’amore che non ha paura di nulla: “amore di povertà non conosce guerra”.
A quel punto, il “branco di coglioni sparirà”, laddove il suddetto branco, anche se pare brutto dirlo, siamo noi stessi con le nostre piccole e miopi personalità.

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Gli spietati

Vivere così senza pietà,
senza chiedersi perché,
come il falco e la rugiada,
e non dubitare mai.
Non avere alcuna proprietà,
rinnegare l’anima,
come i sassi e i fili d’erba
non avere identità.
Gli spietati salgono
sul treno e non ritornano mai più,
non sono come noi,
perduti antichi eroi,
noi due
che al binario ci diciamo addio…
Non volere mai la verità,
ottenere l’aldilà,
navigare senza vento,
migliorare con l’età.
C’è un amore che non muore mai,
più lontano degli dei,
a saperterlo spiegare
che filosofo sarei.
Gli spietati salgono
sul treno e non ritornano mai più,
non sono come noi,
falliti antichi eroi,
noi due
che al binario salutiamo…
Gli spietati salgono
sul treno e non ritornano mai più,
non sono come noi,
innamorati eroi,
noi due
che al binario ci diciamo addio…
Noi ci siamo amati, violentati, deturpati, torturati, maltrattati, malmenati, scritti lettere, lo sai.
Noi ci siamo amati, divertiti, pervertiti, dimenati, spaventati, rovinati, licenziati, lo saprai.
Noi ci siamo persi, ritrovati, poi bucati, c’è un amore che mi lacera la carne ed ancora tu lo sai.
Noi ci siamo amati, violentati, deturpati, c’è un amore che mi brucia nelle vene e che non si spegne mai.
Noi ci siamo amati, violentati, deturpati, torturati, maltrattati, malmenati, scritti lettere, lo sai.

Che bellezza questa canzone…
La vita va vissuta con la massima fiducia nell’esistenza, lasciandosi trasportare da essa, senza opporre resistenza, senza attaccamenti ad oggetti, persone e persino senza attaccamenti alla propria identità.
Una volta eliminati tutti gli attaccamenti (“non avere alcuna proprietà, rinnegare l’anima, come i sassi e i fili d’erba non avere identità”) e acquisita una totale fiducia nella vita (“vivere così, senza pietà, senza chiedersi perché, come il falco e la rugiada, e non dubitare mai”), percepiremo dentro di noi l’amore di cui ci parla Gli spietati (“c’è un amore che non muore mai, più lontano degli dei, a sapertelo spiegare che filosofo sarei”).
È ciò di cui ci hanno parlato tutti i grandi maestri spirituali venuti sulla Terra, da Gesù a Osho.
Questa canzone è una meraviglia…

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Cuore di tenebra

Cosa c’è, cuore di tenebra,
parecchio piangere,
cazzotti e guai.
Ma c’è una luce che
cancella il buio,
e non è il fulmine,
e non è il sole,
e neanche il bene del Signore,
sei tu… amore.
Tempo fa,
ragazzo tenebra,
morsi di vipera
le storie tue.
C’è una salvezza che
adesso stringi,
e non è l’angelo,
non è un miracolo,
non è la mano del Signore,
sei tu… amore.
E così per sempre vivere…

Dove dobbiamo prendere la fiducia nell’esistenza?
Dove dobbiamo prendere l’amore per la vita e per noi stessi?
C’è solo un luogo utile: dentro di noi.
Non ce lo può dare nessun altro, neanche Dio: lo dobbiamo trovare in noi, dobbiamo trovare da soli la nostra luce.
E sentite le dolcezza con cui ce lo dicono i Baustelle… e con cui lo dicono, in particolare, agli animi più tormentati, ai “cuori di tenebra”: “c’è una luce che cancella il buio, e non è il fulmine, e non è il sole, e neanche il bene del Signore… sei tu, amore”.
Più chiaro (e dolce) di così, proprio non si può.

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La canzone della rivoluzione

Il mio amore è muto e parla solo coi corvi,
i profeti e il sindacato non lo ascoltano più.
Ragazzini attenti, non battete le mani,
col cianuro nei sogni la visione si sgonfia e cade giù.
Mio fratello è nudo e vive sotto la neve,
tu non credere ai giornali, sputa e tirati su.
Lo hanno programmato e licenziato a dovere.
Le villette dei più furbi ci riflettono tanta luce.
Avanti amore, perduto in mare trent’anni fa,
fatti canzone, rivoluzione, vamos a matar.
Fallo contro i cori dei mercanti nel tempio,
per i cristi assassinati senza una verità.
Per i vivi e i morti che santifichi a caso,
per il pene e la vagina e per quel che era sacro e non è più.
Fallo perchè gli ultimi diventino i primi,
per la tua coscienza lurida o lavata a metà.
Per Andrea di Mestre o per Maria di Matera,
per il pane e la gallina che non ci sono più.
Avanti amore, perduto in mare trent’anni fa,
fatti canzone, rivoluzione, vamos a matar.
Fiorisci fiore, colpito al cuore, senza pietà.
Suona canzone, rivoluzione, vamos a matar.

La luce che stiamo cercando si trova trasmutando se stessi, cominciando a ritrovare l’amore che c’è in noi, perso magari tanto tempo fa, uccidendo letteralmente la propria identità egoica, e facendo di sé un inno alla vita.
Vogliamo cambiare? Vogliamo migliorare?
Allora dobbiamo eliminare il vecchio sé, anche se all’inizio può sembrare doloroso, elevare le nostre emozioni, far fiorire la nostra essenza e fare della nostra vita una celebrazione dell’esistenza: “fiorisci fiore, colpito al cuore, senza pietà. Suona canzone, rivoluzione, vamos a matar”.
Siamo noi che dobbiamo prendere la mira, ucciderci… e poi rinascere, finalmente fioriti.

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La morte non esiste più

Nei tramonti, dentro agli occhi tuoi,
e lungo i viali di Parigi o di Los Angeles
ritrovo il mondo.
Nei fiori di campo e nei passeri se nevica,
li vedo campare senza niente da mangiare,
osservo Dio, lo lascio fare.
Certe notti da nevrastenia,
da soffocare,
apro la finestra e volo via, si fa per dire.
Come la ginestra nata sulla pietra lavica,
mi vedo lottare come mosca nel bicchiere,
eppure Dio, lo lascio fare.
La morte non esiste più, non parla più, non vende più, mio folle amore.
La vita non uccide più i nostri baci, i nostri sogni e le parole.
Il tempo non le imbianca più e non si seccano a lasciarle stese al sole.
Stringimi le mani, non è niente, che la guerra passerà.
Certi inverni freddi, certi guai
mi fan paura.
Prego per restare ancora qui,
mi illudo ancora.
Poi improvvisamente arrivi tu, sorridi e penso che
non ho più timore, lascio correre, il dolore non c’è più,
e niente muore, baby.
La morte non esiste più, non parla più, non vende più, mio folle amore.
La vita non uccide più i nostri baci, i nostri sogni e le parole.
Il tempo non le imbianca più e non si seccano a lasciarle stese al sole.
Credimi, morire non è niente se l’angoscia se ne va.
La morte non esiste più, non compra più, non vende più, mio folle amore.
La vita non uccide più i nostri baci, i nostri sogni e le parole.
Il tempo non le imbianca più e non si seccano a lasciarle stese al sole.
Parlami d’amore, nonostante la stagione che verrà.

Come le precedenti, anche questa è una canzone molto bella, e da sola è un libro di crescita personale.
Ne La morte non esiste più vi sono due concetti di fondo.
Il primo è che dobbiamo arrivare a vedere l’essenza divina ovunque, e lasciarla operare senza forzare. Anche perché la forzatura si ripercuote su di noi, mica sull’esistenza.
Il secondo concetto è che lasciarsi andare, rinunciare alle emozioni più basse, rinunciare all’ego sembra difficile, sembra doloroso, può fare paura, ma non è niente se lasciamo andare l’attaccamento. L’angoscia non è oggettiva, nelle cose della vita, ma è nostra, ce la mettiamo noi.
Morire, rinunciare al nostro vecchio io, non è niente “se l’angoscia se ne va”.
E, ancora una volta, lo possiamo fare solo noi, non lo può fare qualcun altro in nostra vece.
Una volta che vediamo l’essenza divina ovunque (“nei fiori di campo e nei passeri se nevica, li vedo campare senza niente da mangiare, osservo Dio, lo lascio fare”) e che rinunciamo alla lotta contro l’esistenza (“mi vedo lottare come mosca nel bicchiere”), nulla ci potrà più ferire (“la morte non esiste più, non parla più, non vende più, mio folle amore. La vita non uccide più i nostri baci, i nostri sogni e le parole”) e a quel punto giungeremo a una situazione di fiducia e di abbandono alla vita (“non ho più timore, lascio correre, il dolore non c’è più, e niente muore”).

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Panico!

Una canzone nata contro il panico,
un esorcismo, un tocco di voodoo.
Un modo per allontanare il baratro,
senza ansiolitici, senza lo xanax.
Come cani in autostrada,
come in cerca della roba,
avere la visione della morte.
Fottere tutto e naufragare,
metter gli stivali e farli andare.
Correre per non arrivare,
amare il rogo, amare il suo bruciare.
Sopra il palco illuminato o nel deserto
mettersi a cantare
un inno rock and roll alla Lee Hazlewood.
Una canzone nata contro il panico,
contro l’angoscia e la carestia.
Una preghiera contro l’inquietudine,
contro l’orrore e il vuoto quotidiano.
Come santi sebastiani,
come bestie sugli altari,
avere la visione della morte.
Fottere tutto e naufragare,
metter gli stivali e farli andare.
Correre per non arrivare,
amare il rogo, amare il suo bruciare.
Sopra il palco illuminato o nel deserto
mettersi a cantare una canzone
country contro il panico.

Un altro libro di crescita personale, che è un manifesto della vita, ciò che La canzone della rivoluzione si auspica che diventiamo.
Via la paura, via il panico, via il senso di vuoto interiore, via l’inquietudine!
Colui che si sente più vivo è colui che è vicino alla morte, come l’animale che sta per essere sacrificato sull’altare, come il drogato in crisi di astinenza, come il cane abbandonato in autostrada.
Sembrano esempi macabri, ma è proprio quando abbiamo una pistola puntata alla testa che ci sentiamo più vivi che mai e percepiamo il valore della vita che ci è stata donata.
Questo sentimento dovremmo averlo dentro di noi sempre, in ogni momento.
Dovremmo metterci gli stivali e metterci a camminare fregandocene di tutto (“fottere tutto e naufragare, metter gli stivali e farli andare”), correre per il gusto di correre senza una meta (“correre per non arrivare”), cantare per il gusto di cantare che ci sia o meno un pubblico (“sopra il palco illuminato o nel deserto mettersi a cantare”).
Ancora una volta, dipende da noi se provare panico e disagio interiore, oppure gioia e voglia di vivere.

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L’indaco

Non angosciarti più,
che bisogno c’è?
Quando partono le rondini
lasciale andare.
Non domandare più
che ragione c’è.
Quando passa il carro funebre
fallo passare.
E non buttarti giù,
che in fin dei conti c’è
un azzurro che fa piangere
oltre le nubi.
E non soffrire più,
che in fondo forse c’è,
al di là di Gibilterra,
un indaco mare.

E che dire di quest’altra canzone?
Uno spettacolo, un libro di spiritualità racchiuso in cinque minuti e in una melodia tenerissima.
Lasciamo fluire la vita: qualunque cosa succeda, non attacchiamoci ad essa.
Se passa una cosa bella, godiamone.
Se passa una cosa brutta, facciamola passare senza angosciarci.
E sappiamo sempre dentro di noi che, se anche qualche volta ci capita di essere al buio, sopra di noi c’è sempre il sole, e di fronte a noi un cielo talmente bello da commuovere.
“Quando passa il carro funebre fallo passare. E non buttarti giù, che in fin dei conti c’è un azzurro che fa piangere oltre le nubi.”

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L’estate enigmistica

Le probabili canicole,
le dune e le libellule,
il cancro delle cellule,
l’aria immobile,
la canzone memorabile,
tettine delle vergini,
le loro madri giovani,
ed i rituali erotici
si disvelano
per un attimo.
Ho risolto un anagramma,
anzi per meglio dire è stato lui,
decifrandosi da sé,
e mi vien da ridere.
Bambina, voglio bere un’aranciata,
perché amara sfinge è la realtà,
e io non ho più l’età per riuscire a illudermi.
Si diradano le nuvole,
si affollano le tavole,
si mangiano le fragole,
tutto è limpido,
questa è l’ora dell’eternità.
I progetti di noi manager,
i vezzi di noi chansonnier,
i rebus dell’esistere,
si disvelano per un attimo.
Ho risolto un anagramma,
anzi per meglio dire è stato lui,
decifrandosi da sé,
e mi vien da piangere.
Bambina, voglio bere un’aranciata,
perché tanto amara è la realtà,
e io non ho più l’età da riuscire a illudermi.
Tesoro, l’ho risolto l’anagramma,
anzi per meglio dire è stato lui,
decifrandosi da sé,
un agosto a ridere.
Quest’anno voglio bere un’aranciata,
perché amaro enigma è la realtà,
e io non ho più l’età per riuscire a vivere nel cielo blu.

Ecco com’è la vita: tra paure, enigmi e preoccupazioni, può accadere che all’improvviso il rebus dell’esistere si disveli da solo, per un attimo o per sempre.
E non siamo noi a risolvere l’anagramma, ma esso si risolve da solo, magari proprio quando noi ci abbiamo rinunciato, dopo avere letto 100 libri di spiritualità e frequentato altrettanti corsi.
Le nuvole si diradano, tutto è limpido, è l’ora dell’eternità, è l’ora di mangiare le fragole, e a noi non resta che commuoverci e metterci a piangere… o a ridere a seconda del momento.
“Ho risolto un anagramma, anzi per meglio dire è stato lui, decifrandosi da sé, e mi vien da piangere.”

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L’ultima notte felice del mondo

Mentre la pioggia batteva sui vetri
l’attrice guardava passare il tassì;
sull’asfalto e sul piombo scrivevo parole d’amore.
Tu mi parlavi con frasi dei salmi,
io ero sbandata, ma questo non conta,
così ti stringevo al mio cuore come fosse
l’ultima notte felice del mondo,
l’ultima notte importante,
per dimenticare di essere soli,
di essere soli da sempre.
Mentre la mafia giurava vendetta
l’attrice di un tempo era già via di qui;
giocavo con l’acqua del mare quand’ero bambina.
Tu mi baciavi sul letto disfatto,
l’estate prendeva una piega di nuove speranze,
cadevano stelle come fosse
l’ultima notte felice del mondo,
l’ultima notte importante,
per dimenticare di essere soli,
di essere soli da sempre.

L’ultima notte felice del mondo ha un testo più breve e un significato più lineare e semplice rispetto ad altre canzoni proposte. Più semplice e lineare, ma non per questo meno importante, e anzi nel testo, pur breve, vi sono tre apprendimenti esistenziali importanti.
Il primo è il famoso e annoso “vivere il momento presente”.
Il secondo è che, per quanto possiamo essere in compagnia di altre persone, di fatto siamo sempre soli. Tra le altre cose, nasciamo soli e moriamo soli.
Il terzo è che, per quanto i compagni di vita siano dei compagni momentanei, se c’è dell’amore in giro è il caso di manifestarlo per glorificare pienamente il momento.

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La guerra è finita

Vivere non è possibile,
lasciò un biglietto inutile
prima di respirare il gas,
prima di collegarsi al caos.
Era mia amica, era una stronza,
aveva sedici anni appena.
Vagamente psichedelica
la sua t-shirt all’epoca,
prima di perdersi nel punk,
prima di perdersi nel crack,
si mise insieme ad un nazista
conosciuto in una rissa.
E nonostante le bombe vicine e la fame,
malgrado le mine,
sul foglio lasciò
parole vere di vita:
la guerra è finita,
per sempre è finita,
almeno per me.
Emotivamente instabile,
viziata ed insensibile,
il professore la bollò
ed un caramba la incastrò
durante un furto all’Esselunga,
pianse e non le piacque affatto.
E nonostante le bombe alla televisione,
malgrado le mine,
la penna sputò
parole vere di vita:
la guerra è finita,
per sempre è finita,
almeno per me.
E nonostante sua madre impazzita e suo padre,
malgrado Belgrado, America e Bush,
con una bic profumata
da attrice bruciata:
la guerra è finita,
scrisse così.

Vedete come sono le canzoni dei Baustelle?
Mentre alcune sono proprio palesi, molte altre sembra che parlino di cose qualunque, di fatti della vita… ma poi i Baustelle ci sparano in mezzo qualche frase mirata che ti apre il cuore per quanto è bella.
E anche questo è un metodo di evoluzione e consapevolezza personale.
Forse persino il più importante di tutti, visto che, come sappiamo, ciò che sentiamo spesso ci entra nelle ossa e diventa una parte di noi… specialmente se vi è connessa un’emozione come capita quando sentiamo musica.

Questa canzone apparentemente sembra che parli di una ragazza che si suicida durante la guerra jugoslava.
Se però le strofe de La guerra è finita dicono una cosa, il ritornello ne dice un’altra: questa non è una canzone sulla “guerra di fuori”, che sia jugoslava o di qualche altro posto, ma sulla “guerra di dentro”, e questa guerra, la guerra per la felicità, la pace, l’amore, la centratura interiore, la combattiamo tutti senza eccezione.
Questa è una canzone sul centro di gravità permanente che tutti siamo chiamati a realizzare in noi stessi, e che è indipendente da ciò che succede fuori.
Nonostante le bombe, la fame, malgrado le mine e malgrado ogni apparente avversità, la guerra dentro di noi può cessare in qualunque momento, e in quel momento cesseranno anche paura, preoccupazione, gelosia, senso di scarsità, di inadeguatezza, e qualunque emozione bassa.

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Ora vi do uno spunto ulteriore: qualora una di queste canzoni vi commuovesse, questo significa che voi, consciamente o inconsciamente,  state “lavorando” sull’area esistenziale che essa rappresenta… e in questo c’è bellezza nella bellezza, visto che a me commuoverà una certa canzone, a qualcun altro un’altra canzone e così via, in base a ciò che risuona dentro, ossia in base a ciò su cui stiamo lavorando in un certo momento a livello evolutivo.

Se una canzone vi commuove, e ovviamente la stessa cosa vale per un libro o per un film, vuol dire che quello è per voi un tasto importante, qualcosa riguardo al quale le vostre energie si stanno muovendo. E che magari siete vicini a risolvere se si tratta di una commozione positiva, di quelle per cui pensi “ah, ma come sarebbe bello essere già lì”.

Va da sé che il presente articolo non ha la pretesa di essere esaustivo della discografia dei Baustelle, che hanno all’attivo svariati album (Sussidiario illustrato della giovinezza, La moda del lento, La malavita, Amen, I mistici dell’Occidente, Fantasma) e quindi numerose canzoni, ma semplicemente suggerire l’ascolto della band a coloro che non la conoscessero ancora…
… e magari un ascolto più consapevole a quei fan che, presi dalle belle melodie, non si sono mai soffermati sul significato profondo dei testi.

Confidando di aver reso un servizio utile a tante persone, auguro a tutti un buon ascolto e una buona interiorizzazione.

Fosco Del Nero

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ADDENDUM del 06/07/18

A distanza di ormai cinque anni riprendo il post sui Baustelle che avevo scritto per aggiornarlo, ossia per aggiungere alcune altre canzoni particolarmente belle e significative che sono state da essi pubblicate in seguito (negli album L’amore e la violenza – Volume 1 e L’amore e la violenza – Volume 2), o che semplicemente al tempo non conoscevo.

Se quelle che avevo proposto in precedenza offrivano una quantità di bellezza notevole, quelle che propongo adesso non sono da meno, e anzi forse vanno persino oltre.
Come fatto in precedenza, includo un bottone su cui cliccare per poter sentire la canzone e di seguito il testo e un mio commento.
Andiamo a leggerle e ascoltarle.

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Alfredo

Un pezzetto bello tondo di cielo
d’estate sta sopra di me
Non ci credo,
lo vedo restringersi,
conto le stelle ora.
Sento tutte queste voci,
tutta questa gente ha già capito che
ho sbagliato, sono scivolato,
son caduto dentro il buco.
Bravi, son venuti subito,
son stato stupido, ma sono qua
gli aiuti, quelli dei pompieri, i carabinieri.
Intanto Dio guardava il figlio suo
e in onda lo mandò,
a Woytila e alla P2,
a tutti lo indicò.
A Cossiga e alla DC,
a BR e Platini,
a Repubblica e alla Rai
la morte ricordò.
Scivolo nel fango gelido,
il cielo è un punto,
non lo vedo più.
L’Uomo Ragno m’ha tirato un polso,
si è spezzato l’osso, ora
dormo oppure sto sognando,
perché parlo ma la voce non è mia.
Dico Ave Maria,
che bimbo stupido,
piena di grazia, mamma.
Padre Nostro,
con la terra in bocca non respiro,
la tua volontà sia fatta,
non ricordo bene, ho paura,
sei nei cieli.
E Lui guardava il figlio suo,
in diretta lo mandò
a Woytila e alla P2,
a tutti lo mostrò.
A Forlani e alla DC,
a Pertini e Platini,
a chi mai dentro di sé
il Vuoto misurò.

Dico la verità: Alfredo non è una delle mie canzoni preferite dei Baustelle, ma per motivi meramente musicali, mentre il testo è davvero bello, toccante e simbolico… oltre ad avermi fatto conoscere il caso di Alfredo Rampi, il bambino di sei anni caduto in un pozzo nel 1981 e ivi morto, a una profondità di 60 metri, nonostante tutti i tentativi di soccorso, ripresi peraltro in diretta televisiva nazionale con continui aggiornamenti, primo caso nella tv italiana di evento mediatico.
Dietro la storia del piccolo Alfredo, di cosa parla questa canzone?
Parla del destino, dell’inevitabilità del destino e della morte nonostante lo sforzo umano, che nel caso in questione ha messo in gioco un grande schieramento di mezzi e di persone, ma senza esito alcuno. Da un lato l’impegno e il desiderio umano, dunque, di ottenere questo e quello, o semplicemente di sopravvivere, e dall’altro la volontà divina, non a caso citata nel testo, e il fatto che l’uomo spesso non riesce a vivere-respirare tale volontà (“con la terra in bocca non respiro la tua volontà”)… e se non ci riesce, sorge inevitabile il senso di vuoto interiore, anch’esso non a caso citato testualmente.

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Amanda Lear

Amore antico, amica mia,
amore radio nostalgia,
io non ti penso quasi mai,
ti ho dato in pasto agli avvoltoi,
all’olocausto e ai marinai.
Amore atomico,
Enola Gay.
Orrore amico, errore mio,
che non ti ho detto neanche addio,
che non ti ho detto come mai
una domenica buttai
nel cesso la fotografia
in cui ci stringevamo forte,
colpa mia.
Se quest’anno ti hanno visto, mi dicono,
vomitare gli occhi e l’anima ad un concerto rock,
abbracciata ad una testa di cazzo,
un regista, un coreografo, che ne so,
un lavoro come un altro, una droga,
per illuderci e credere di essere uomini.
Dicevi
I wanna be Amanda Lear,
il tempo di un LP,
il lato A, il lato B,
non siamo mica immortali, bruciamo ed è meglio così.
Amanda Lear,
soltanto per un LP,
il lato A, il lato B,
che niente dura per sempre, nemmeno la musica.
Perduto amore, anima mia,
amore, nona sinfonia.
Vorrei sapere come stai,
se come scrivi è tutto ok.
e se davvero ora lo sai
che sono diventato un mostro,
colpa tua.
Se mi libero nel buio di un vicolo,
all’uscita posteriore di un concerto rock,
pomiciare una troietta qualunque,
una tizia, una pittrice, ma che ne so.
Il tuo pessimismo da quattro soldi
chiaramente aveva fatto proseliti.
I wanna be Amanda Lear,
il tempo di un LP,
il lato A, il lato B,
che niente dura per sempre,
finisce ed è meglio così.
Amanda Lear,
soltanto per un LP,
il lato A, il lato B,
che niente dura per sempre, figurati io e te.

Parlando di gusti musicali, Amanda Lear incontra decisamente di più il mio favore, e anche i contenuti sono all’altezza. Essenzialmente nella canzone c’è un solo elemento rilevante, ma che elemento: l’impermanenza delle cose, il fatto che tutto finisce, le relazioni (“niente dura per sempre, figurati io e te”), le opere personali (“niente dura per sempre, nemmeno la musica”), la stessa vita umana (“non siamo mica immortali, bruciamo ed è meglio così”).
Tutto ciò nonostante i nostri sforzi per ottenere delle cose o per distrarci col lavoro, con le varie dipendenze, col sesso.
“Non siamo mica immortali, bruciamo ed è meglio così” è una frase di una bellezza colossale, e di altrettanta saggezza, che sarebbe buona cosa imparare e memoria e tenerla sempre vicino: in questa esistenza materiale tutto ha un termine e aggrapparsi alle cose porta soltanto al dramma.

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Betty

Ride quando la tocchi,
finge quando sorride,
manda messaggi al mondo
quando le va di uscire.
Che bel profilo
e quante belle fotografie.
Betty è bravissima a giocare
con l’amore e la violenza,
si fa prendere e lasciare,
che cos’è la vita senza,
una dose di qualcosa, una dipendenza?
Betty ha talento, sa ballare
con l’amore e la violenza,
vive bene, vive male,
non esiste differenza
tra la morte di una rosa e l’adolescenza.
Come la foglia al vento
trema l’Europa unita,
parli di Elisabetta,
temi per la sua vita,
che sfida il buio come una fine di galleria.
Betty è bravissima a giocare
con l’amore e la violenza,
si fa prendere e lasciare,
che cos’è la vita senza,
una dose di qualcosa, una dipendenza?
Betty ha talento, va a ballare
con l’amore e la violenza,
vive bene, vive male,
non conosce differenza
tra il fiorire di una rosa e la decadenza.
Piove su immondizia, tamerici,
sui suoi cinquemila amici,
sui ragazzi e le città,
tanto poi ritorna il sole.
Betty è bravissima a giocare
con l’amore e la violenza,
si fa vendere e comprare,
che cos’è la vita senza,
una dose di qualcosa, una dipendenza?
Betty ha sognato di morire,
sulla circonvallazione,
prima ancora di soffrire,
era già in putrefazione
un bellissimo mattino,
senza alcun dolore.
Senza più dolore.

A proposito di drammi, ecco Betty, prototipo di persona che si crogiola nelle energia basse, nelle dipendenze e anche nella violenza, disposta anche a essere presa e lasciata, venduta e comprata.
Apparentemente va tutto bene: la ragazza ha un bel profilo social con tante foto (e cinquemila amici teorici), ma di fatto essa ancora si agita tra amore e violenza, ossia si muove nelle energie basse… tanto che quando muore (o meglio, quando sogna di morire, ancora più simbolico) è un bellissimo mattino e il suo dolore è terminato: la morte è rapida dal momento che la persona era già in putrefazione ancor prima della morte stessa.
La canzone nei contenuti è molto triste, e non particolarmente “esistenziale”, ma ha un’energia potente, che son certo può far scattare qualcosa in chi l’ascolta e che ha magari bisogno di quello scatto; se non c’è bisogno, tanto meglio e rimane comunque una canzone bella da sentire.

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Il Vangelo di Giovanni

Giorni senza fine, croci lungomare,
profughi siriani, costretti a vomitare,
colpi di fucile, sudore di cantiere,
nel cortile della scuola, stese ad asciugare,
canottiere rosse, rosse a sventolare.
Se mi dai la mano, ti porto a navigare
e se mi accarezzi, te lo lasci fare.
C’è qualcosa nella fine dell’estate non so bene che cos’è…
… e non riesco a respirare.
Io non ho più voglia di ascoltare questa musica leggera,
meglio sparire nel mistero del colore delle cose
quando il sole se ne va.
Resta poco tempo per capire
il significato dell’amore,
l’idiozia di questi anni,
il Vangelo di Giovanni:
la mia vera identità.
Orde di stranieri, dentro le fontane,
pianti di bambini, code all’altalene,
lettere del Papa sulla fedeltà del cane,
io non ti conosco, ma ti voglio bene.
Certe volte l’esistenza si rivela con violenza intorno a me…
… e non la riesco a sopportare.
Io non ho più voglia di ascoltare questa musica leggera,
meglio sparire nel mistero del colore delle cose
quando il sole se ne va.
Resta poco tempo per capire
il significato dell’amore,
l’idiozia di questi anni,
il Vangelo di Giovanni.
Io non ho più voglia di ascoltare questa musica leggera,
meglio sparire nel mistero del colore delle cose
quando il sole se ne va.
Smettere per sempre di fumare,
imparare il senso dell’amore,
l’idiozia di questi anni,
il Vangelo di Giovanni:
la mia vera identità.

Il Vangelo di Giovanni è una di quelle canzoni dei Baustelle con un testo esplicitamente esistenziale: in essa la voce cantante dice di essere stufa di assistere alla musica leggera della vita mondana (di cui elenca svariati esempi, tra scuola, cantieri, bambini, profughi), che vorrebbe far sparire il proprio ego nel mistero delle cose, che alla società attuale rimane poco tempo (sottinteso: prima di autodistruggersi) per comprendere il senso dell’amore e la stupidità dei tempi moderni e per realizzare in concreto i contenuti del Vangelo di Giovanni, che peraltro è il più spirituale dei quattro Vangeli canonici, e non a caso l’unico non sinottico.
Nel dettaglio, il testo contiene due frasi di grande impatto. Nella prima viene sintetizzato l’amore incondizionato (“io non ti conosco, ma ti voglio bene”); nella seconda viene accennata la sensazione di non riuscire ancora ad accettare le cose della vita nella loro perfezione e nella loro potenza (“certe volte l’esistenza si rivela con violenza intorno a me… e non la riesco a sopportare”).
Il Vangelo di Giovanni è la vera identità dell’essere umano… ma bisogna arrivare a scoprirlo.

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Jesse James e Billy Kid

Calano le ombre sono qui da sei ore,
non riesco più a dormire, sia lodato il Signore,
che mi ha rivestito il cuore di alluminio anodizzato.
Non è buio, non ancora, no no no.
Servirà a qualcosa tutto questo rumore,
dietro ogni fiorellino si nasconde un tumore.
Nella lettera che hai scritto è racchiusa la tua vita;
dice “cosa sono adesso non lo so”.
Amore, è tardi, amore è già la fine,
amore che non piangi mai,
in questo tempo di autobombe e pane,
amore adesso come stai?
La nostra storia fuorilegge e il dolore
saranno seppelliti qui,
sotto la polvere da sparo e il sole,
Jesse James e Billy Kid.
Siamo stati insieme, siamo stati in Germania,
oppure è stato solo un sogno, un’astrazione, un’ora d’aria.
Ti ho seguita lungo il Gange, arrivato fino al mare,
non volevo spaventarti, no no no.
Siamo stati a cena al ristorante russo buono,
ti ho aspettato sulle scale mentre parlavi col tuo uomo.
Ti ho baciato sulla schiena, conosciuto la tua angoscia,
perché non ti ho mai sparato non lo so.
Amore è tardi, amore è già la fine,
amore che non piangi mai,
in questa terra di violenza e puttane,
amore, adesso come stai?
I nostri corpi fuorilegge e il dolore
saranno seppelliti qui,
sotto la polvere da sparo e il sole,
Jesse James e Billy Kid.
Amore, è tardi, amore è già la fine,
amore, un giorno mi dirai,
in questo regno di corone e di spine,
amore mio, quanti anni hai?
I nostri corpi fuorilegge e il dolore
riposeranno in pace qui,
sotto una stella e silenzioso sole,
Jesse James e Billy Kid.

Jesse James e Billy Kid, tra le canzoni dei Baustelle che ho conosciuto di recente (è inclusa nel loro ultimo album, L’amore e la violenza – Volume 2), è quella che mi ha colpito più di tutte, similmente a come mi colpì, quando conobbi i Baustelle cinque anni fa, La guerra è finita
… e se queste due mi hanno colpito in luogo di altre un motivo, come ho evidenziato in precedenza, c’è per forza e riguarda il percorso individuale.
Proprio come La guerra è finita, anche Jesse James e Billy Kid pare avere un testo che parla di tutt’altro, e nello specifico dei due famosi banditi-pistoleri western Jesse James e Billy Kid, con tanto di bombe, polvere da sparo, fuorilegge, etc.
Tuttavia, la canzone ha anche dell’altro, e lo so da quanto mi trasmette ancor prima che dal resto del testo. Anche nelle parole, comunque, vi sono degli indizi: “sia lodato il Signore”, “servirà a qualcosa tutto questo rumore” (…), “cosa sono adesso non lo so”, “amore che non piangi mai”, “oppure è stato solo un sogno, un’astrazione, un’ora d’aria”, “questo regno di corone e di spine”, “amore, un giorno mi dirai quanti anni hai”, “riposeranno in pace qui, sotto una stella e silenzioso sole”.
Farò tuttavia un’eccezione rispetto al resto dei commenti e non aggiungerò altro, lasciando al singolo lettore il riflettere/vedere per conto proprio.

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La musica sinfonica

Non ricordo più il tuo nome
e mi sento giù,
ricordo solo il tuo vestito
e il sangue di Gesù.
Sulla statua in processione
quanto ti volevo bene,
mentre servivamo messa.
Vivere e rimanere giovani
nel cielo con le rondini,
in terra in mezzo agli uomini.
Essere felici non è facile,
è folle ma è possibile,
è musica sinfonica
in discoteca.
Mi ricordo le canzoni che cantavi tu
e il giorno in cui tuo padre disse
“non ne posso più”.
E cadevano i governi
e noi ci sentivamo eterni,
mano nella mano a scuola.
Vivere e rimanere giovani
nel cielo con le rondini,
in terra in mezzo agli uomini.
Essere felici non è facile,
è raro ma è possibile,
è musica sinfonica
in discoteca.
Vivere e rimanere giovani
nel cielo con le rondini,
in terra in mezzo agli uomini.
Essere felici non è facile,
è quasi metafisica,
è musica sinfonica
in discoteca.
Vivere.

La musica sinfonica è l’altra canzone tra quelle più recenti dei Baustelle ad avermi colpito maggiormente. In questo caso il testo ha però un fondo esistenziale ben marcato (come illustrano espressioni quali “il sangue di Gesù” o “mentre servivamo messa”), e anzi va a rappresentare la difficoltà del ricercatore spirituale: da un lato il suo tendere al cielo, dove volano le rondini, e dall’altro la terra e il mondo materiale, ossia il vivere “in mezzo agli uomini”.
Conciliare perfettamente le due cose è difficile, è raro come musica sinfonica in discoteca, ma è possibile… e infatti ci son sempre state persone, in ogni luogo o momento storico, ad averlo realizzato, quando in modo totale e quando in modo parziale (e il modo parziale è il minimo per un essere umano degno di questo nome).
Questa canzone ha inoltre un’altra frase dalla bellezza incalcolabile: “E cadevano i governi e noi ci sentivamo eterni”. I regni degli uomini cadono, ma gli esseri umani, specialmente coloro che non sono ancora stati contaminati dalla società (bambini, in questo caso), si sentono eterni… e difatti lo sono.

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La natura

Non m’importa di cercare leggi di stabilità,
tolgo la sicura, seguo la natura, forse arriverà
un tempo dove la diversità, amore mio, sarà
l’unico modo per mostrare a tutti la felicità.
È la metamorfosi la sola possibilità,
ne sono sicura, muove la natura e la biologia.
Di conseguenza anche nella nostra società
tutto si trasforma, l’ignoranza, l’arte, la democrazia.
Sai cosa penso di noi due?
Sbagliamo a voler resistere
alle difficoltà, ai cambiamenti.
Non lo trovi emozionante ciò che sai che sfiorirà?
L’ora dell’ibisco, l’epoca del disco son finiti già.
Alla fine è commovente ciò che sai che muterà,
sta nella crisalide l’essenza della vera libertà.
Offrendo il corpo ad un bagliore,
pensando “può non durare,
essere sole, l’ultima volta, sì, vivo così”.
E bacio un seno o una bocca
pensando “può non durare,
essere amore, l’ultima volta, sì, meglio così.”

La natura tratta un tema molto frequente nelle canzoni dei Baustelle, quando in modo marcato o quando appena accennato: l’impermanenza (affrontato per esempio ne L’ultima notte felice del mondo o in Amanda Lear). Evidentemente è una questione che sentono molto, e non a caso anche in questa canzone compare l’espressione “l’ultima volta”.
La natura non solo evidenzia che il cambiamento è lo stile dell’esistenza (“tutto si trasforma”, “l’ora dell’ibisco, l’epoca del disco son finiti già”), ma che nell’accettazione di esso sta il nostro percorso e il nostro benessere, sia come individui (“sta nella crisalide l’essenza della vera libertà”) sia come popolo (“è la metamorfosi la sola possibilità”).
In tutto ciò, l’invito è quello di vivere il presente in modo pieno: “può non durare”, può essere “l’ultima volta”, ma in fin dei conti è “meglio così”.
Se questo è come la vita procede, a creare i drammi siamo solo noi quando “sbagliamo a voler resistere alle difficoltà, ai cambiamenti”. Come dar loro torto?
Meritevole di menzione anche la frase “seguo la natura”.

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La vita

La vita è bella,
gli studenti hanno distrutto la cittá
e le statue degli dei.
È primavera,
tira un vento caldo di sensualitá
da Palmira ai Pirenei.
La mia ragazza se ne va
e non sa quando tornerá.
Conosco bene la sua frustrazione,
non ce la fa piú.
Lo so, la vita è tragica,
la vita è stupida,
però è bellissima,
essendo inutile.
Pensa a un’immagine,
a un soprammobile:
pensare che la vita è una sciocchezza
aiuta a vivere.
La vita è forte,
le emozioni, i figli, la maternità,
guerra e pace e piagnistei.
La vita è super,
soldi e roba o fame e sete e siccità,
fiumi di spermatozoi.
Ti chiedo, Marta, come stai?
Va tutto bene, tutto ok?
Ma tu hai giá preso la tua decisione,
non ce la fai piú.
Lo so, la vita è tragica,
la vita è stupida,
però è bellissima,
essendo inutile.
Pensa il contrario e poi,
ti ammazzi subito,
pensare che la vita è una sciocchezza
aiuta a non avere mai paura,
non stare male per qualcosa che non è,
non tremare mai la sera,
ricordati che stai giocando a un gioco senza vincitori.
Lo so, la vita è tragica,
la vita è stupida,
però è bellissima,
essendo inutile.
È solo immagine,
un soprammobile,
pensare che la vita non è niente aiuta a vivere.
La vita è tragica,
però è fantastica,
essendo inutile.
È solo immagine,
è tutta estetica,
io penso che la vita non è niente,
e provo a vivere.

Un altro capolavoro di testo, per quanto musicalmente la canzone mi piaccia meno di altre.
Il senso del discorso de La vita è semplice: nonostante alcune avversità (studenti che distruggono statue, ragazze che se ne vanno, frustrazione, guerre, fame, etc), la vita è bella, e non c’è altro da dire.
In che modo si riesce a coglierne la bellezza e a viverla meglio?
Sapendo che si tratta di un’“immagine”, di “estetica”, di “un gioco senza vincitori”, in definitiva di apparenza fenomenica. Sapendo che in realtà si tratta di qualcosa che non esiste davvero, è più facile non prendersela per quello che succede (“stare male per qualcosa che non è”, “tremare la sera”, “avere paura”)… perché, per l’appunto, “è solo immagine”.
Con tale approccio, la vita smette di essere un dramma e diventa bella in ogni caso.

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L’amore è negativo

Chiama Hitler, chiama Donald Trump,
tienimi ancora in vita accanto a te.
Mischia Erode, Giuda, Manson, l’i-ching,
vieni a vedere che bel sole c’è.
Succhia bene, sputa o manda giù,
rimani un poco prima di andar via.
La storia insegna che sei fatta per me,
ma ho dichiarato guerra, è colpa mia.
Perché l’amore è negativo,
perché la pace un giorno finirà.
Il nostro cuore è sporco e cattivo,
il vero amore ci distruggerà.
Mi manchi, davvero, lo sai.
Prendi il largo, prendi l’LSD,
assedia Troia adesso se ti va,
non c’è tempo ed è già sera ormai,
un altro chewing gum che senso ha?
Spegni l’ego, spegni l’abat-jour,
stringimi forte, fammi l’autopsia.
Butta il buono, il pop, la tappezzeria,
tieni le mosche, il sangue, amica mia.
Perché l’amore è negativo,
perché la pace un giorno finirà.
Il nostro cuore è sporco e cattivo,
il vero amore ci distruggerà.
Perché mi piace quando sorridi
contro la vita, contro la realtà.
Mi piacciono i maestri, i cattivi
e le tue mani nell’oscurità.
Mi manchi, sul serio, lo sai.
Non sacrificare Isacco a Dio,
salva tuo figlio, muori al posto suo.

Anche L’amore è negativo ci dà un bel po’ di materiale, e come spesso capita con i Baustelle mischia materia e spirito… come è giusto che sia, dal momento che la suddivisione è solo fittizia e fatta per comodo mentale.
Sembrano dirlo loro stessi: “Mischia Erode, Giuda, Manson, l’i-ching”, e sembrano loro stessi evidenziare le due direttrici dell’essere umano, come peraltro anche ne La musica sinfonica: da un lato le cose del mondo, tra politici, pop, tappezzeria, desiderio della personalità di rimanere in vita, e dall’altro le cose dello spirito, tra l’annientamento della personalità (“spegni l’ego”, “fammi l’autopsia”) e l’arrivare al vero amore, quello elevato, quello che non può esservi se c’è ancora l’ego (e infatti, mentre ora “il nostro cuore è sporco e cattivo”, in futuro “il vero amore ci distruggerà”).
Casomai non si fosse ancora capito, la canzone termina con un altro invito al morire, allo sparire: “Non sacrificare Isacco a Dio, salva tuo figlio, muori al posto suo”. E sottolinea anche come vi sia poco tempo per farlo (“non c’è tempo ed è già sera ormai”), nonostante l’essere umano rimanga perso nelle sue distrazioni (“un altro chewing gum che senso ha?”).

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L’era dell’acquario

Per sopravvivere alle stragi
state alla larga dai musei
e dalla metropolitana,
ripete la tv,
mentre faccio i fatti miei.
Quanti turisti giapponesi
sono arrivati al Giubileo,
io non mi sento tanto bene,
lo disse anche il Messia
pregando nel Getsemani.
Torneremo a fare l’amore, vedrai,
a guardarci dritto negli occhi.
Ci si abitua a tutto, al dolore, alle stagioni,
alla storia, al calendario.
Non aver paura, non piangere mai,
lascia consumare il presente,
tutto sarà niente,
il compiuto è già passato
nell’era dell’acquario.
Hai diciotto anni e non ricordi
le strade nel “76,
il caso Moro e l’eroina,
all’università tua madre era bellissima.
Torneremo a fare l’amore, vedrai,
a guardarci dritto negli occhi.
Ci si abitua a tutto, al dolore, alle stagioni,
alla storia, al calendario.
Non aver paura, non piangere mai,
lascia consumare il presente,
tutto sarà niente,
il compiuto è già passato
nell’era dell’acquario.
Torneremo a fare l’amore, vedrai,
a guardarci dritto negli occhi.
Ci si abitua a tutto, alle bombe, alle esplosioni,
alla storia, al calendario.
Non aver paura, non piangere mai,
lascia consumare il presente,
tutto sarà niente,
il compiuto è già passato
nell’era dell’acquario.

L’era dell’acquario è una di quelle canzoni superesplicite nel suo senso esistenziale, che pare essere una sorta di auspicio positivo per una futura era di maggior consapevolezza.
Il testo prende le mosse da eventi passati drammatici (il caso Moro, il problema della droga, il terrorismo, l’allarmismo mediatico… e persino i turbamenti umani di Gesù nel Getsemani), sottolinea che nel presente ci si abitua a tutto (dolore, stagioni, bombe, esplosioni), ma suggerisce anche una nuova era di maggiore consapevolezza (l’Era dell’Acquario, per l’appunto, che segue quella dei Pesci il cui messia è stato Gesù, non a caso associato a pesci e pescatori).
Come si arriva a tale maggiore consapevolezza?
Eliminando la paura, il pianto e il dramma interiore, con più amore e onestà tra le persone.
E, anche qui, ci attende una frase di bellezza commovente che è anche un consiglio alchemico-trasformativo: “Lascia consumare il presente”.
Tre minuti davvero ben spesi.

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Maya colpisce ancora

Il nostro mondo più funesto apparirà
e sarà caro il disinganno quando tutto crollerà,
e la ricerca del passato e le speranze nel futuro
falliranno fatalmente, quindi quale mai potrà
essere l’ambito del gioco, la città
in cui far crescere la rosa, percepirne l’entità,
il giusto tempo, l’esistenza, l’epopea meravigliosa
in cui cullare la mimosa, ovvero la felicità.
Sono millenni che da scimmie cazzeggiamo col potere,
col mito dell’avere, amori e religioni, e non cambiamo mai,
banchieri, operazioni, studenti ed operai.
Povero pusher che da solo se ne va
con i proventi del lavoro verso la celebrità,
e la ragazza di Lambrate si lamenta a voce alta
del suo seno da rifare con i soldi che non ha.
Da vent’anni da farfalle ci ostiniamo ad apparire,
fondiamo sul piacere, su ottuse dittature, la nostra civiltà,
fiammiferi o splendore, che differenza fa?
Maya colpisce ancora, colpisce ora, ci annienterà.
Esco, non ho paura, morte sicura viviamo già.
Hare Krishna hare.
Ave Maria che nessun figlio piangerai
e che ti erediti la crisi d’Argentina e d’Uruguay
e dalle antenne di Segrate li cominci a decifrare
i segnali ineluttabili del vuoto che verrà.
Abbiamo sempre praticato sospensioni del dolore
e modi di scappare,
invece è esistenziale
la mia bestialità,
struttura elementare del tuo DNA.
Maya colpisce ancora, addirittura ci estinguerà.
Esco, non ho paura, morte sicura viviamo già.
Vieni pure, Maya: di peste nera e di colera ci ucciderà.
Nel frattempo canto, che me ne importa,
canzone morta cantiamo già.
Hare Krishna hare.

Maya colpisce ancora non è tra le mie preferite tra le canzoni proposte in questo secondo elenco per il semplice fatto che a livello sonoro non mi piace molto, con l’eccezione del ritornello che viceversa è una sorta di meravigliosa esplosione, dopo il tono mortifero delle strofe che conducono ad esso.
Quanto al senso, esso è molto chiaro, a partire dal titolo: maya, ossia l’illusione del mondo fenomenico, colpisce ancora nel senso che l’essere umano, come negli ultimi migliaia di anni, è ancora alle prese col potere (“sono millenni che da scimmie cazzeggiamo col potere”), con i giochi dell’ego, con le acquisizioni materiali (“mito dell’avere”). In ciò non aiutano né politica né religione attuali, parimenti asserviti all’addormenamento di massa. L’evoluzione interiore (“far crescere la rosa”, che sa molto di invito rosicruciano) rimane così difficile e opera individuale… perlomeno per chi non si lascia distrarre dalle cose della vita (“sospensioni del dolore e modi di scappare”), da chi non viene attirato dalla luce della lampada come una falena.-farfalla (proventi, celebrità, apparenza).
In questo scenario quasi apocalittico, tuttavia, fa da contrasto il ritornello, che ha un tono quasi gioioso, e che per certi versi porta un messaggio positivo: “Non ho paura, morte sicura viviamo già”. Qualcuno potrebbe trovare anch’esso inquietante, ma io lo trovo molto bello, e la cosa è inevitabile se si trova molto bella l’intera esistenza e il percorso evolutivo cui ci sottopone.

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Monumentale

I cimiteri non danno pensieri,
sei tu che ti sbagli, se stanco, disperi.
E piangi per colmare i buchi dell’assenza,
vive come il pieno la vacanza
e non spira mai.
Quindi lascia perdere i dibattiti,
la rete, i palinsesti,
per un giorno non studiare,
non chattare, ma piuttosto
stringi forte chi ti ama,
fra le mute tombe del monumentale,
non c’è Dio e non c’è male,
solo vaga oscurità.
I camposanti non hanno rimpianti,
sei tu che li covi, li rendi fantasmi,
li canti per sentirne meno la mancanza,
come non bastasse l’esistenza
e l’eco che fa.
Giace qui ad libitum
la tua imbecillità.
Quindi lascia perdere i programmi
coi talenti, i palinsesti,
per piacere non andare
a navigare sulla rete,
stringi forte chi ti vuole bene
tra le tombe del monumentale,
trovi Dio, trovi Montale,
ed un’opaca infinità.
Quindi lascia perdere i salotti
coi talenti e le baldracche,
vieni all’ombra dei cipressi,
dona amore al pomeriggio,
a chi sospende la sua vita
tra le urne amiche del monumentale,
di realtà e d’irreale,
vieni a fartene un’idea.

La canzone Monumentale meriterebbe un premio solo per le frasi “I cimiteri non danno pensieri-I camposanti non hanno rimpianti”, ma andiamo con ordine.
Il tema di questo testo è evidente: il contrasto tra società-tecnologia e una vita più pura, semplice e spontanea, più nell’amore, più nella natura e con le persone e meno immersi nella tv e nella rete (che ha tanti aspetti positivi ma che per altri rischia davvero di essere una “rete”). Il concetto è semplice, ma viene reso con un linguaggio poetico e dal tono elevato, comprendente, ancora una volta, frasi particolarmente incisive, come ad esempio “piangi per colmare i buchi dell’assenza”, “fra le mute tombe del monumentale”, “trovi Dio, trovi Montale”, “dona amore al pomeriggio, a chi sospende la sua vita”, “di realtà e d’irreale”.
Menzione d’onore per due frasi: nella prima, “come non bastasse l’esistenza e l’eco che fa”, si sottolinea il potere distraente del molteplice, della realtà fenomenica; nella seconda, “non c’è Dio e non c’è male”, si sottolinea il senso di perfezione dell’esistenza e l’illusione della dualità.

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Radioattività

Piove
sugli orizzonti sfocati,
sui nostri tempi deviati,
gocce di pioggia di Londra,
viste dal basso, dall’ombra;
sembra che il mondo le implori,
sembra non cessino più,
sembra una fine.
Neve
che immobilizza i polmoni,
che cristalizza pulsioni,
neve del cielo di Mosca,
non guarda in faccia nessuno;
pare che il mondo l’adori,
mondo che non prega più.
Bisogna avere fede,
navigare nello spazio siderale,
presuppore l’aldilà,
che siamo troppo avvezzi a stare male,
a proteggerci dal sole,
dalla radioattività.
Giorni
in cui sembravi perduto
ed evocavi il passato,
giorni che telefonavi
e mi lasciavi da sola,
a brancolare nel buio
e dubitavi di me.
Bisogna avere fede,
navigare nello spazio siderale,
superare l’aldilà,
che siamo troppo avvezzi a stare male,
a proteggerci dal sole,
dalla radioattività
di stanchi simboli
di troppo tempo fa.
Oggi cambio pagina,
chi vuole andare va.
Bisogna avere fede,
esplorare ogni spazio siderale,
abolire l’aldilà,
così ti stringo forte, grido amore,
cerco il bene nell’orrore
e l’eterno nell’età.

Quanto a bellezza e lirismo, anche qui siamo messi bene, grazie anche alla bellissima voce di Rachele Bastreghi.
Questa canzone comunica speranza nel cammino, personale e umano: “Bisogna avere fede, navigare nello spazio siderale, (presupporre e) superare l’aldilà”.
E occorre “cercare il bene nell’orrore e l’eterno nell’età”: ossia bisogna sforzarsi di vedere il bello anche nei drammi della vita (come hanno sempre detto i maestri di tutti i tempi) e trovare l’eternità nel momento presente (altra cosa abbondantemente ripetuta).
Tutto ciò nonostante difficoltà, pioggia, neve, solitudine, nonché il fatto che spesso tendiamo a stare male. Bello anche il concetto per cui la neve, e per esteso la natura, e per esteso l’esistenza, “non guarda in faccia nessuno”.
Davvero tutto molto bello.

Per rendere l’articolo ancora più completo, ho pensato di aggiungere un’altra lista di canzoni, meno significative come contenuti ed energia ma acusticamente molto belle e/o intense (e l’intensità è la caratteristica principale del gruppo insieme alla profondità).
Eccole di seguito, e di queste allegherò solamente il testo, senza un commento ma con solamente la citazione di una frase del testo secondo mio gusto e piacere.

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Arriva lo ye-yé: “Fammi vedere il centro, la tua pelle”.

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Baby: “Mi fai dimenticare di me stesso”.

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Cinecittà: “Mi abbracci, la prego”.

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Diorama: “Nel diorama il tempo non si può fermare, non c’è prima e non c’è poi”.

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Eurofestival: “La guerra avanza… ragazzo mio, ci vuol pazienza”.

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Gomma: “Avevo piombo da sparare”.

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Il corvo Joe: “Vi perdono perché in fondo portate nel cuore sangue che è destinato a seccare”.

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Il liberismo ha i giorni contati: “La fine va da sé… è inevitabile”.

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Il nulla: “Tutto è niente, l’essere è, sotto il sole colpevole, ma io non sono io”.

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L’aeroplano: “Io ti amo e non ti penso mai”.

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Le rane: “Che fine hai fatto? Ti sei sistemato? Che prezzo hai pagato?”.

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San Francesco: “Soffio dentro i maestrali, San Francesco fra i maiali. Sono in pasto ai cimiteri, morirai per me? Sono i crisantemi neri, sono in cielo”.

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Un romantico a Milano: “Io vi amo, vi amo ma vi odio, però vi amo tutti; è bello, è brutto, è solo questo”.

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In chiusura, ci tengo a evidenziare qualcosa che in parte avevo già accennato cinque anni fa, ma che ora completo: mentre alcune canzoni dei Baustelle hanno una vocazione nettamente esistenziale, spesso già dal titolo (Il Vangelo di Giovanni, L’era dell’acquario, Maya colpisce ancora, Indaco, etc), altre non sembrano avere un significato di questo tipo, anche se ogni tanto, magari all’interno di un testo che sembra parlare di tutt’altro, “capita” qualche frase che si nota tra le altre e che sembra avere una valenza simbolica ma, ancor più delle singole frasi o dei singoli testi, certe canzoni sono dotate di un’energia e un’intensità particolari, ed è soprattutto a queste che io mi riferisco giacché è soprattutto l’energia che si fa veicolo, non tanto o non solo le parole. In tal senso, ritengo molte canzoni dei Baustelle più rilevanti e più utili di tanti libri di genere spiritual-esistenziale, e non per modo di dire.

Questo peraltro vale, faccio notare, al di là delle intenzioni degli autori, che potrebbero anche essere veicoli involontari di certe energie. Anche nella letteratura vi sono casi di autori (ad esempio Hermann Hesse, Mikhail Naimy, Lev Tolstoj, Fedor Dostoevskij… ma anche i più prosaici Michael Ende o Ursula Le Guin) non equiparabili ai maestri veri e propri (ad esempio Osho, Yogananda, Ananda Moyi Ma, Sri Ramana Maharshi), ma che comunque hanno veicolato testi di grande valore. Ecco, i Baustelle sono una sorta di Hermann Hesse della musica contemporanea, e infatti negli ultimi anni hanno avuto un notevole successo: quando dietro c’è un’energia intensa, i risultati prima o poi arrivano.
Mi auguro anzi che, tanto nella musica, quanto nel cinema, ma anche nella letteratura, emergano sempre più energie di questo tipo.

Fosco Del Nero

 

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