Category: Attaccamento

L’assurdità dell’attaccamentoUna delle esperienze più difficili dell’uomo moderno è la perdita di qualcosa: un abbandono sentimentale, il licenziamento al lavoro, la scomparsa di persone dalla propria vita, la perdita di un titolo o di una situazione sociale, anche il dover per forza lasciare un certo luogo, e così via.

Tuttavia, questi in sé sono solo eventi, non sofferenze, mentre la sofferenza ce la mettiamo noi quando reagiamo con attaccamento al fatto che la vita ci sta sottraendo qualcosa.

Ossia: la vita ci porta via qualcosa, che può essere una persona, un oggetto, una situazione, e noi reagiamo con rabbia e dolore perché ci attacchiamo e ci avvinghiamo alla cosa in questione, non lasciandola andare via.

Ma se la vita ce la sta togliendo, vuol dire che il tempo di quella cosa (relazione, lavoro, situazione sociale, etc) è terminato.
E la sofferenza non deriva dal fatto che Giada ha deciso di chiudere la sua relazione con me e di andare a vivere da un’altra parte, ma dal fatto che io sono talmente attaccato a lei da pensare di non poter vivere senza di lei… con conseguente dramma interiore.

Stessa cosa dicasi per un lavoro, per un luogo in cui si viveva, per un oggetto che ci viene rubato, e per ogni altra situazione di vita: le cose sono quello che sono, la sofferenza ce l’aggiungiamo noi.

E per realizzare quanto la reazione emotiva dell’attaccamento sia ridicola, basta pensare ad alcuni esempi della natura: per caso gli alberi cercano di non far andare via le foglie che cadono come processo naturale?
Per caso le nuvole cercano di non separarsi dall’acqua che deve cadere come pioggia?
Per caso i fiori cercano di tenersi stretto il polline invece che lasciarlo andare via?

Sarebbe come se noi provassimo attaccamento per le unghie che vanno tagliate, o per i capelli che ugualmente si tagliano, o per i vari liquidi che il corpo emette.
Qualcuno di noi per caso conserva da qualche parte tutta la pipì che ha fatto, per non parlare di altre cose espulse dal corpo?

Ciò che se ne sta andando deve cadere, deve separarsi: la strada è quella, ed è inevitabile; l’unica differenza – che riguarda solo noi, non le nuvole o gli alberi – e se metterci dentro sofferenza oppure leggerezza, gioia e disincanto, vivendo quello che ci succede, persino la sfida più sfidante, come una nuova avventura.

D’altronde, molti di noi apprezzano le sfide: lavorative, creative, sportive, tanto da ricercarle per l’appunto nel lavoro, nella creazione artistica, nella competizione sportiva.

Ma la vita è la sfida, non il risultato della partita, che conta molto poco.
La gara è con noi stessi, non con gli altri; l’unico obiettivo è proseguire nel proprio cammino di autoconsapevolezza, non certo vincere gli altri, che peraltro sono un nostro riflesso, per cui non c’è da vincere proprio nessuno…

E va da sé che l’attaccamento a cose o persone o qualunque situazione è un grande ostacolo alla via di consapevolezza… ed è un ostacolo che mettiamo noi stessi, e che non è affatto obbligatorio.

Infatti, guarda un po’, vi sono tante persone che non lo mettono, o perché sono nate così, con un livello di leggerezza innato (risultato di apprendimenti in altre vite), o perché lo hanno eliminato strada facendo (risultato di apprendimenti in questa vita).

In chiusura di articolo, vi offro ora un paragone di grande valore educativo. Tanto educativo quanto divertente, oserei dire.
Quando proviamo attaccamento per qualcosa, in primis per le persone, siamo come Gollum (Il signore degli anelli, suppongo che lo conoscano tutti o quasi tutti; questi ultimi rimedino il prima possibile), che cerca di tenere stretto a sé “il suo tesoro”.

Gollum, nel suo attaccamento spasmodico e miope, non si rende conto che il suo tesoro:
– non è suo,
– non è un tesoro, ma al contrario gli porta sofferenza (e infatti lo trascina fino alla morte, lo brucia letteralmente).

La prossima volta che proverete attaccamento per qualcuno o per qualcosa (per qualcuno soprattutto), riguardatevi Il signore degli anelli, figurandovi voi stessi nei panni del ridicolo Gollum che non riesce a lasciar andar via “il suo tesoro” (che stupido, vero?).

Fosco Del Nero

 

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