Category: Competitività

Competitività ed egoBentrovati, quest’oggi andiamo a parlare di qualcosa che riguarda/ha riguardato praticamente tutti: la competitività.

Ovviamente non ne parleremo in termini di convenzioni sociali, secondo frasi fatte del tipo “essere troppo competitivi non va bene, ma un minimo di competizione serve se no nella vita non si raggiunge nessun obiettivo”, ma in termini evolutivi, andando a vedere cosa rappresenta la competizione sul piano esistenziale.

Intanto, qualche esempio: è competitività non solo quella classica da prestazioni sportive o lavorative, ma anche quella che si agisce nell’ambito della famiglia, della coppia, con gli amici, mentre si guida, e in generale tutto ciò che in ambito sociale ci porta a desiderare di “superare gli altri”, oppure, dall’altro lato, di “non essere superati”, o, ancora più in generale, a voler impressionare qualcuno (fosse anche solo nei nostri pensieri e nel nostro dialogo interno; come sempre, il “luogo esterno” non è importante, mentre sono importanti le energie interiori).

E già questa riscrittura di cosa sia la competitività ci rivela che siamo in pieno ego, il quale desidera acquisizioni e riconoscimenti perché non è sicuro di sé, e che siamo ben lontani dall’anima, la quale al contrario non ha bisogno di alcun riconoscimento perché già sa che è.

Solo questo basterebbe a chiudere il discorso e a bandire ogni tipo di competitività-acquisizione-raggiungimento-attaccamento dalla nostra vita, ma andiamo comunque un poco più avanti.

E come prima cosa precisiamo che non essere competitivi non significa affatto non avere desideri o non avere volontà o non conseguire risultati: tutt’altro, è proprio la centratura interiore che ci dà grande volontà, grande forza e fermezza, e che ci fa dare il meglio di noi stessi, mentre è l’attaccamento ai risultati e la voglia di dimostrare quanto valiamo che ci rende inefficaci… e lo sport è una grandiosa prova di questo, visto che rende meglio chi è tranquillo e sereno, non chi è sotto pressione.

In questo sento, potremmo dire che la competitività è un voler superare gli altri, mentre l’unica gara da fare, se così la si vuol chiamare, è con se stessi, nel senso che occorre evolversi e andare sempre un poco oltre, per espandere la nostra consapevolezza, per rendere conosciuto lo sconosciuto, direbbe Ramtha.

La competitività invece ha la sua origine nel senso di inadeguatezza: proprio perché ci si sente inadeguati si sente il bisogno di “dimostrare qualcosa a qualcuno”, al di là poi che questo qualcuno sia la madre, il padre, il partner, gli amici, il mondo in generale… o perfino se stessi: chi ha qualcosa da dimostrare si sente vuoto, perché la pienezza dell’essere già è, e quindi non ha alcun vuoto interiore da colmare con oggetti fisici o con riconoscimenti sociali.

Andando un poco più a fondo del senso di inadeguatezza, troviamo quindi il senso di vuoto interiore e uno scarso amore per se stessi.

Cosa che basta a fare della competitività e di ciò che la circonda una vera e propria malattia psicologica, che ovviamente ha radici fisiche ed energetiche, e che andrebbe curata il prima possibile, onde evitare una vita di infelicità e difficoltà (un po’ come l’attaccamento).

Cosa fare in quei momenti in cui ci si rende conto che si sta cercando di mettere qualcuno sotto, che si sta cercando di sorpassare qualcuno, che si sta cercando di farsi belli o di non essere da meno di qualcuno?

Semplicemente, occorre guardarsi con affetto e tenerezza.
Già la presenza, l’autosservazione, è un’ottima cosa, perché vuol dire che non si è completamente addormentati. Se poi ad essa vi aggiungiamo, in un momento di raccoglimento che ciascuno può far durare quanto vuole, amore per se stessi, allora la trasmutazione e l’elevazione di quell’energia sarà ancora più veloce.

Affetto, dunque, e non sentirsi scarsi o immeritevoli: “Che tenero, sei ancora alle prese con queste cose… Dai, non è nulla, ti voglio bene comunque”.

Fosco Del Nero

 

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