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Immobilismo e doloreOggi vado a scrivere un articolo che credo – e spero – sarà utile a molte persone, di quell’utilità un po’ forte e smuovente, e quindi per certi versi difficile da accogliere, e proprio per questo particolarmente utile.

Parliamo di immobilismo e dolore, con le due cose che, come sempre, rientrano nel quadro più ampio – e sempre bello – del proprio percorso evolutivo.

Sarò peraltro piuttosto breve e sintetico, e anzi mi farò aiutare da due citazioni di un libro che ho letto tempo fa, ossia La psicologia dello Zorba di Arshad Moscogiuri.

Ecco la prima:
Se siamo così poco in contatto con il corpo, se tendenzialmente corriamo via dal sintomo prima di decodificarlo, cosa faremo mai con le emozioni?
La risposta è semplice: facciamo la stessa cosa. Per di più, le emozioni sono meno tangibili, meno evidenti e identificabili dei sintomi fisici.
Per quanto concerne la conoscenza del proprio sé, non essendo consapevoli del proprio corpo sarà assai difficile esserlo delle proprie emozioni. Se, per capire che la nostra schiena ha un problema, dobbiamo arrivare al punto in cui questa si blocca, avremo la stessa attitudine con la nostra sfera emotiva. Per percepire che qualcosa si muove, dovremo arrivare alla reazione.
L’impulso, il bisogno, la pulsione inascoltata, produce un richiamo per la coscienza.
Se si sta in una posizione per troppo tempo, il richiamo sarà una gamba addormentata, per esempio. Se qualcosa provoca insoddisfazione, dolore psicologico, e si resta in quella posizione per troppo tempo, il richiamo sarà uno sfogo di rabbia, una depressione, un’agitazione o qualsiasi altro segnale.
Sarà una reazione di tipo emozionale invece che fisico. Non siamo stati in grado di rispondere al richiamo. Ancora una volta, entra in gioco l’abilità di rispondere, la respons-abilità, appunto.”

Ed ecco la seconda:
Qualsiasi dolore, se ignorato, diventa sofferenza. Ogni ferita, vera o presunta, ha bisogno di essere esposta alla luce, alla consapevolezza, per guarire.
Se si tratta di una ferita presunta, svanirà, come un’ombra.
Se si tratta di una ferita reale, si rimarginerà solo all’aria e al sole, non nascondendo sotto i vestiti e comportandosi come se non esistesse.
Proprio come per il fisico: se c’è dolore e viene ignorato, il dolore diventa sofferenza. Se non ci si porta luce, se non si fa chiarezza, non potrà guarire.
Se inoltre ci si continua a muovere come se il dolore non ci fosse, le cose andranno peggio: arriveranno a una crisi.”

L’autore parla essenzialmente di dolore fisico e del poco contatto che abbiamo col nostro corpo, e accenna al fatto che, se abbiamo così poco contatto col corpo, è probabile che abbiamo un contatto ancora minore con le emozioni, e quindi con la sfera invisibile-sottile dell’esistenza.

Di mio, però voglio porre l’accento su una parte di queste due citazioni, e amplificarle alla vita umana e alla tristezza-sofferenza.

Rileggiamo questo spezzone:
“Se si sta in una posizione per troppo tempo, il richiamo sarà una gamba addormentata, per esempio. Se qualcosa provoca insoddisfazione, dolore psicologico, e si resta in quella posizione per troppo tempo, il richiamo sarà uno sfogo di rabbia, una depressione, un’agitazione o qualsiasi altro segnale.”

A cui si aggiunge questa seconda frase:
“Qualsiasi dolore, se ignorato, diventa sofferenza.”

E per completare il discorso ci vuol molto poco, e alla fine basta semplicemente applicare il principio analogico, portando un esempio che ben conosciamo dal livello fisico a quello esistenziale, che invece conosciamo meno.

Se fisicamente stiamo troppo a lungo nella medesima posizione, dopo qualche tempo, spesso dopo breve tempo, insorge un disagio, che può diventare dolore se persistiamo ancora in quella posizione. Basti pensare, per esempio, allo stare seduti a gambe incrociate. Ma qualunque posizione, anche quella apparentemente più comoda, prima o poi diventerà disagio: è solo questione di tempo.

Ora portiamo il concetto dal piano fisico a quello spirituale, applicando quella che potrebbe essere l’analogia più importante della nostra vita: se stiamo troppo a lungo fermi nella stessa posizione di vita, entro breve insorgerà un disagio, a cui seguirà, se persistiamo, vero e proprio dolore (un dolore dell’anima, vero e proprio segnale evolutivo, che magari poi verrà portato anche sul piano fisico per “darci uno scossone”).

La “stessa posizione” può essere qualunque cosa: una relazione sentimentale, vivere nella propria famiglia d’origine, portare avanti un matrimonio finito, portare avanti un lavoro che non ha più ragion d’essere, frequentare amicizie che ormai hanno fatto il loro tempo e ci hanno dato tutti gli apprendimenti che potevano (e che magari ora ci rallentano), vivere nello stesso luogo per anni e anni di fila.

Ognuna di queste cose, ma anche tutte le altre esperienze della vita, se dapprincipio è stata fonte di insegnamenti importanti, una volta esaurito il suo scopo-funzione diventa un ostacolo, un peso… e la nostra anima lo sa, e per questo ci spinge al cambiamento tramite quella sensazione di insofferenza, di mancanza, di noia, di apatia, fino alla vera tristezza, che noi spesso ignoriamo perché pensiamo che sia momentanea e che passerà, o perché – peggio – pensiamo che sia normale provarla perché magari la provano in tanti, quando invece si tratta di una vera e propria malattia spirituale.

Metaforicamente, equivale al rimanere fermi lungo il percorso evolutivo, e a provare insofferenza proprio per il fatto che si è fermi.

Ramtha parla di “rendere conosciuto lo sconosciuto”, e in questo caso non lo stiamo facendo, ossia non ci stiamo più espandendo… e ciò causa l’insofferenza interiore di cui abbiamo detto.

Il solo fatto di sentire noia e insoddisfazione significa che il tempo della nostra vecchia vita è finito.
E il fatto di sentire un’insoddisfazione più grande significa che è ora di rimetterci in cammino… anche se ciò comportasse rompere una relazione sentimentale o cambiare luogo in cui si vive, e ciò, a ben guardare, ha a che fare con la nostra fiducia nell’esistenza e con la nostra forza interiore.

Fosco Del Nero

 

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